23/09/2010 • Eventi
Sergio Tavcar, memoria storica della pallacanestro jugoslava (Foto www.sergiotavcar.com)
Si è svolta oggi la presentazione triestina del libro "La Jugoslavia, il basket e un telecronista", prima opera scritta del giornalista Sergio Tavcar, memoria storica della pallacanestro balcanica e voce inconfondibile di TeleCapodistria.
Presso il Centro Sportivo Primo Maggio di Strada di Guardiella, Tavcar ha avuto modo di far conoscere agli appassionati ed agli interessati accorsi la sua opera anche a Trieste, dopo l'esordio in quel di Staranzano.
Alla presenza di alcune importanti autorità della comunità slovena a Trieste, Rado Sustersic ha introdotto Tavcar al pubblico, dando vita ad un simpatico siparietto dove il giornalista triestino ha trattato svariati temi della palla a spicchi. Proprio per questo, è significativo riportare gli stralci principali dell'intervento di Sergio Tavcar, imbeccato a turno dai presenti, da Sustersic e dal presidente dell'Unione Sportiva Bor, Igor Kocijancic.
Sergio Tavcar e i magnifici perdenti: "Chi si ricorda di Drazen Petrovic per un canestro decisivo? Guardando l'esempio di Snaidero Caserta-Real Madrid, vediamo che mai bisognava dare la palla a Drazen nell'ultimo possesso. I giocatori vincenti si dividono in due categorie: quelli che ti fanno vincere le partite, e Oscar Schmidt era uno di questi, e quelli che ti fanno vincere i campionati, e Petrovic rientrava in questa categoria. Certo, lui faceva 40, 50 punti, ma nell'ultimo minuto era meglio se stava in un angolo e qualcun altro trattava il possesso decisivo.
Sergio Tavcar e l'approccio con la pallacanestro: "Mi fa grande impressione essere qui, nella palestra piccola del Primo Maggio; qui ho iniziato, quando al posto di giocare a ping pong, dove ero il quinto giocatore, mi mettevo a tirare a canestro. Sapevo già che da bambino avrei fatto l'allenatore e, quando il professor Mari mi ha affidato i ragazzini del Polet, ho trovato da subito la mia vera passione, per trent'anni. Ancora oggi mi considero principalmente un allenatore: il fatto di essere giornalista è un'altra cosa".
Sergio Tavcar e la scissione: "Avrei sempre voluto giocare le Olimpiadi di Atlanta del '96 alla squadra della Jugoslavia del 1989; se pensiamo che, un anno prima, a Seul '88 il quintetto era formato da Zdovc, Kukoc, Paspalj, Radja e Divac, tutti ventenni o poco più, il potenziale di quella squadra sarebbe stato elevatissimo. Contro gli Stati Uniti ci sarebbe stato un gruppo che, nel 1996, sarebbe arrivato nel pieno della maturità a giocarsi l'oro olimpico: questo non è mai avvenuto per la scissione nelle sei realtà che oggi conosciamo. Certo, ci sono vantaggi e svantaggi di queste scissioni: pensiamo ad un giocatore come Jaka Lakovic; ai tempi della Jugoslavia, probabilmente avrebbe passato tutta la sua carriera all'Olimpia Lubiana, invece con la Slovenia ha fatto subito il salto in un club come il Panathinaikos".
Sergio Tavcar e il basket intellettuale: "la pallacanestro, in Jugoslavia, è nata come sport intellettuale; allenatori come Stankovic, Ivkovic sono gente di uno spessore altissimo e da loro è nata una scuola jugoslava di basket mentre, per esempio, in Italia si è sempre cercato di scimmiottare gli Stati Uniti, che però è un altro mondo, ha un diverso sistema di educazione e una diversa mentalità. La Jugoslavia, dal 1950 in poi, ha impostato una propria scuola ed un proprio sistema di pallacanestro: anche per questo si è creata tutta questa stirpe di tecnici e giocatori di altissimo livello; per non parlare dei talent scout dilettanti che, dopo aver smesso di giocare, andavano in giro nei campetti della Jugoslavia a veder giocare i ragazzini. Ne vedi uno, lo prendi da parte e gli dai un paio di consigli...e dopo un pò questi vengono a chiederti da soli dove migliorare: i vari Kicanovic, Kukoc, Divac e compagnia sono stati pescati proprio così".
Sergio Tavcar e il no a Mediaset: "Diciotto anni fa ero già d'accordo con Rino Tommasi per andare a fare il capo del Tg; poi ho visto le condizioni e, parlando con i miei ex compagni di TeleCapodistria che erano passati a Mediaset mi avevano disegnato un ambiente difficile; io ho capito l'aria che tirava e soprattutto, se c'è una cosa che non tollero, è dover dire le cose che vuole un padrone, per questo sono rimasto a TeleCapodistria".
Libertà di pensiero, anche a costo di dare opinioni forti e non sempre condivisibili, ma sempre con un taglio personalissimo e caratterizzante, in stile Sergio Tavcar, appunto.
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