Valerio Bianchini risponde alla mamma di un piccolo cestista

Fonte: Eurobasketroma.it

Questa settimana ci ha scritto Michela :

“Sono la mamma di un ragazzino che adora il basket e che gioca nella nostra società. In che modo ritiene debbano essere accompagnati i ragazzi verso lo sport agonistico? Non si rischia che la pressione verso prestazioni e risultati comprometta passione e divertimento? Come possiamo noi genitori aiutare i nostri figli a vivere lo sport con il giusto equilibrio tra gioco spensierato e responsabilità? Vi è un ruolo che può essere giocato anche dalle società e dagli allenatori?

Grazie mille”
Ecco la risposta di Valerio Bianchini su un tema sempre molto delicato e mai banale.

“Gentile Michela,

le sue perplessità sullo sport come viene offerto ai ragazzi italiani sono giustificate. Il nostro Pese, arretrato in molto aspetti del vivere civile, per quel che riguarda lo sport è all’età della pietra. Infatti nella maggior parte dei paesi sviluppati lo sport dei ragazzi fino a i 18 anni è parte fondamentale dell’educazione scolastica. Le scuole dei paesi civili intendono lo sport come una parte importante nella formazione dei giovani, sia sul piano individuale che su quello collettivo: disciplina, correlazione tra lavoro svolto e risultati ottenuti, controllo del proprio corpo, sopportazione del dolore fisico sul piano individuale e poi, su quello collettivo: il rispetto delle regole, dell’autorità dei coaches e degli arbitri, delle gerarchie all’interno della squadra, capacità di convogliare le motivazioni individuali in una motivazione collettiva, capacità di collaborare coi compagni, senso di responsabilità ecc. sono elementi costitutivi di ogni buon cittadino.

La scuola italiana nega questa funzione allo sport a anzi la ostacola. Questo vuoto di servizio ai ragazzi italiani viene sostituito dalle società sportive. Il minibasket comprende più o meno tutti i ragazzi a qualsiasi livello, mentre per i gradi superiori interviene il principio che domina le società che fanno reclutamento e che è quello della ricerca del campione. In funzione di questo molti aspetti educativi in un periodo delicato della crescita che chiamiamo età evolutiva , vengono messi da molte realtà sportive giovanili in secondo piano se non trascurate del tutto. Dunque la preoccupazione di un genitore nello scegliere il luogo dove far fare sport al proprio figliolo non è quella tecnica ma quella di un ambiente dove si ha a cuore anzitutto la formazione umana dei ragazzi.

Questo non significa che i ragazzi debbano giocare in un clima falsamente idilliaco dove tutti sono uguali e dove non vi è alcuna pressione. La competizione è di per sè fortemente educativa perchè obbliga i giovani a confrontare il loro livello di apprendimento con quello dei compagni e soprattutto degli avversari. Un insegnamento solo tecnico non ha alcun significato. Quando un ragazzo si accosta allo studio di uno strumento musicale, ne apprende la tecnica individuale, poi impara ad accordarsi con gli altri elementi del gruppo ma il test vero sarà quello di esibirsi in pubblico senza fare errori. e così è nello sport. Inoltre nello sport, come poi nella vita, bisogna accettare anche ruoli subalterni a patto che non ci si accontenti di essi ma si lavori ogni giorno alacremente per migliorare il proprio livello all’interno della propria squadra.

La pressione esiste ma deve essere tenuta sotto controllo dagli allenatori, il cui obbiettivo principale no è quello di mettersi in mostra come futuri maghi della panchina ma come formatori di giocatori e i buoni giocatori sono sempre il frutto di una formazione equilibrata fra apprendimento e rispetto di se stessi e degli altri. Purtroppo da qualche tempo questi principi non vengono disattesi dagli allenatori ma dai genitori, troppo tifosi o prede di un inconscio desiderio di rivalsa che proiettano sui loro malcapitati figlioli.

Personalmente sono orgoglioso di collaborare con una società i cui allenatori giovanili hanno un alto senso della loro missione educativa sia in senso umano che tecnico”