Preseason e infortuni: l’NBA è più attenta al vil danaro? – di Rajone

C'è un collegamento fra l'intensità e la durata della preseason e gli infortuni? Cerchiamo di tracciare qualche prospettiva sull'argomento.

Dopo il termine della stagione regolare, l’NBA sembra pascersi nell’ozio per un lasso di tempo davvero esiguo. C’è la Summer League, ci sono i training camp e poi la preseason, che quest’anno ha “esportato” il Brand statunitense anche in Spagna ed in Cina.

Ci sono i numeri riferiti agli incassi, ai diritti televisivi, al merchandising, ma ci sono anche gli infortuni, che possono rivelarsi decisivi per il destino delle franchigie e che hanno conseguenze anche sull’impatto mediatico della stessa NBA: già Gordon Hayward, Reggie Jackson e la prima scelta dell’ultimo Draft Ben Simmons sono fermi ai box e non potranno rivedere il parquet per svariate settimane.

Ora, saltando a piè pari l’imponderabile, le domande possono essere molteplici: quanto pesa una preseason lunga sul fisico dei giocatori? Quanto può pesare una trasferta europea o asiatica sul loro fisico? Iniziare così presto può avere un effetto deleterio in vista di una lungo calendario di impegni? Se già si è molto parlato dei back-to-back e di come gli allenatori pensino di centellinare le superstar facendo saltare loro alcune partite di regular season; si sono sollevate polemiche su quanto le diete e il rinforzo muscolare possano nuocere alla salute dei giovani prospetti (Embiid), ed è stato lo stesso Adam Silver a dichiarare che forse i giocatori “stavano lavorando troppo duramente” quando venne interpellato sul caso Irving.

La realtà attuale privilegia di fatto l’aspetto del business, presumendo che l’incidenza degli appuntamenti della preseason sia minima o particolarmente esigua. “Si gioca troppo e per troppi mesi”, sarebbe un’affermazione condivisibile da molti. Perché non puntare sulla prevenzione anche in questa fase dell’anno?