Fonte: La Gazzetta dello Sport, a cura di Vincenzo Schiavi
Nel livellamento generale spiccano Milano e Venezia. Comandano loro, in una Serie A ancora a caccia di una scala gerarchica che potrebbe riservare sorprese. Intanto stendiamo le prime impressioni. La Reyer è lassù perché il lavoro di De Raffaele pare già in stato avanzato. Contro Capo d’Orlando, per la verità massacrata dagli infortuni, 5 giocatori in doppia cifra e 8 attivi alla voce assist. Venezia è già squadra. Dovesse ribadire il concetto domenica prossima contro Trento, manderebbe un segnale pregnante al campionato.
A Milano, al momento, bastano 15 minuti di difesa dura e transizione per chiamare i match dalla propria parte. Definiamolo rodaggio, ma anche uno sfoggio di potenza. Cosa succederà quando quantità e qualità cresceranno di pari passo? Dietro, come detto, gerarchie fluide. Occhio a Varese, convincente contro Caserta e pure nel k.o. di Sassari. L’arrivo di Bucchi invece ha spinto Pesaro fuori dal cono d’ombra degli ultimi anni. A Torino ha condotto a lungo e poteva vincere, ma essersi scrollata di dosso quella sgradevole sensazione di squadra materasso è quel che più conta.
Lo stesso discorso vale per l’Auxilium, trascinata dall’asse play-pivot. Wright-White stampano 44 punti, 13 rimbalzi e 10 assist in due, spiegando alla piazza che il ruolo di matricola giace ormai nel baule della memoria. Infine una considerazione sui vicecampioni d’Italia. Fatta dopo la prima vittoria stagionale e quindi, diciamo così, in tempi non sospetti. Dietro alla grande suggestione della Reggio Emilia all’italiana si cela un ridimensionamento non detto, ma palese nei fatti. Il progetto tecnico che prevedeva un nucleo italiano supportato da stranieri, preferibilmente europei, di alto profilo, senza le coppe non è più praticabile. Reggio ha dovuto sacrificare l’Eurocup sull’altare della ragion di Stato, mentre la Champions Fiba l’ha rifiutata, rivendicando il diritto, sacrosanto, di poter ambire alla competizione qualitativamente migliore possibile senza vincoli di sorta.
Dal prossimo anno la Fip potrebbe ripristinare la libera scelta per i club in odore di coppe europee. Deve farlo. Perché, come dice il CT Messina, senza coppe (specie se di livello, aggiungiamo noi) non si cresce. Intanto rimane l’acre sensazione che a Reggio sia stato rubato il tempo. E non va bene. Per niente.






























