Scariolo: “L’Italia? Mi ispira, ma ancora non mi ci riconosco”

L'allenatore bresciano sarà CT della Nazionale spagnola fino al 2020: "E' un qualcosa che comporta tante responsabilità".

Fonte: TuttoSport, a cura di Roberto Nardella

È uno degli italiani che ha avuto grande successo lontano da casa: è Sergio Scariolo che ieri è stato confermato alla guida della Spagna di Basket fino al 2020. La conferma di un incarico importante per l’ex tecnico di Milano, Pesaro, Fortitudo Bologna e di altre realtà di prestigio in giro per l’Europa.

Una scelta anche di vita per Scariolo: «La mia riconferma alla guida della nazionale spagnola – spiega il tecnico bresciano – è per me motivo di orgoglio e soddisfazione. Ovviamente questo comporta anche tante responsabilità, perché questo è un incarico con un carattere anche pubblico non solo da allenatore che allena una delle migliori squadre al mondo. Si tratta anche di rappresentare un intero movimento cestistico, tanta gente, tanti appassionati di pallacanestro. Se penso che nel 2020 avrò allenato la Spagna per 10 anni è un qualcosa che mi incute rispetto innanzitutto, ma che mi sembra anche un po’ strano. Strano perché un allenatore straniero a capo della nazionale di un movimento così forte e che ha una cultura cestistica così profonda è sicuramente un qualcosa che mi rende felice».

Com’è la vita dell’emigrato di successo in Spagna?
«Innanzitutto non sono ancora diventato spagnolo, anche se da un punto di vista cestistico mi riconosco più nei valori, nei principi e nel funzionamento della pallacanestro spagnola rispetto alla pallacanestro italiana di adesso. La pallacanestro italiana con cui sono cresciuto resta comunque una delle mie fonti d’ispirazione. La scelta professionale e personale della Spagna è una scelta che non mi costa sacrificio perché ho sempre la possibilità di tornare a casa e gli amici e la famiglia mi vengono spesso a trovare. Mi viene invece nostalgia quando sono in Italia perché è quella la mia tena e dove ci sono le mie radici, mentre la Spagna l’ho scelta. Sono ovviamente contento della mia decisione perché la qualità della vita è alta e la mia famiglia vive benissimo. I successi che ho ottenuto con la nazionale anche a livello sociale, mi mettono in una condizione comoda e piacevole».

Perché la Spagna in questi ultimi anni da un punto di vista sportivo ha superato l’Italia?
«Ci sono a mio avviso due aspetti fondamentali, al di là dei risultati, che hanno permesso alla Spagna di arrivare ad una qualità competitiva superiore rispetto all’Italia: la prima è la presenza dello sport nelle scuole. Una cosa che dal punto di vista formativo permette ai giovani spagnoli di diventare in alcuni casi degli eccellenti sportivi e in generale degli eccellenti cittadini. La seconda cosa riguarda invece la qualità degli impianti, sia quelli di grandi città sia quelli di più piccolo livello. Siamo a delle differenze in positivo per la Spagna che fatico a spiegare anche considerando la dimensione sociale dei due paesi. Semplicemente la Spagna ha scelto di investire sullo sport come una formula di promozione del paese e di educazione delle nuove generazioni».

Com’è invece percepita dagli spagnoli l’Italia da un punto di vista sportivo?
«C’è sempre e comunque un pizzico di ammirazione e invidia. Un retaggio di quando anni fa, nonostante magari minori qualità, minor talento lo sportivo italiano, o la nazionale riusciva comunque a vincere. Ora la sensazione rispetto ai miei primi anni in Spagna è cambiata ma resta quella sensazione del dire: non ci fidiamo di una squadra o uno sportivo italiano perché sappiamo che saprà trovare quella risorsa nascosta per essere comunque competitivo».

Le cose dunque da questo punto di vista stanno cambiando?
«Questo deficit di competitività che trovai 20 anni fa dello sportivo spagnolo rispetto allo sportivo italiano secondo me è ora un po’ cambiato anche grazie ai risultati ottenuti dalla nostra nazionale di basket».

Dopo tanti anni lontano da casa quando magari in tv le capita di seguire la Nazionale di calcio, la Ferrari o un duello sportivo tra uno spagnolo come Mar-quez e Valentino Rossi per chi fa il tifo?
«Direi che è una questione che valuto caso per caso. La Nazionale di calcio o la Ferrari non sono solo entità sportive, ma sono quasi dei valori con i quali un bambino italiano cresce e che quindi sono indipendenti da tutto. Rimangono un qualcosa che ti accompagna da quando sei nato e che hai costruito come idolo della gioventù com’è ad esempio è per me l’Inter. Questa sarà una cosa che non potrà mai essere intaccata e anche se si possono avere delle simpatie al cuore non si comanda».

Chiusura d’obbligo per la sua Brescia da cui lei è partito e che ora si ritrova in serie A. «Quando sono lì la sensazione è quella di dire: questa è la mia terra. Penso che si siano meritati il ritorno in serie A ma, come diceva Kissinger, un successo è un biglietto da visita a una sfida più difficile».