L’addio di Allen merita l’Oscar

Il tiratore più grande e attore per Spike Lee Ray Allen, 41 anni e 1,96, non giocava da due anni per scelta. Si è ritirato ieri con 2 anelli Nba.

Fonte: TuttoSport, a cura di Piero Guerrini

Un volto pulito, universalmente noto non soltanto agli appassionati di basket e sport, ma anche ai cinefili. Come Jesus Shuttlesworth, il giovane futuro campione che deve scegliere il college. Nell’interessante He Got Game, film di Spike Lee datato 1998, Ray Allen era quel ragazzo. Credibilissimo pure come attore al punto da essere poi soprannominato così anche nella Nba, al posto del precedente «Showtime». E del resto Ray è stato giocatore da filmare per tramandare la sua tecnica ai posteri. E il suo stile in campo.

Non contento di questa fama, Ray ha pensato bene di scrivere un’altra sceneggiatura da Oscar: il suo addio al gioco. A dire il vero non giocava dalla straordinaria finale 2014 vinta da San Antonio. Ma tutti ricordano Allen protagonista del miracoloso tiro da tre salva-Heat allo scadere di gara-6 della finale 2013, portata a casa. La lettera scritta sul Players Tribune (il sito voluto dal fenomeno del baseball Derek Jeter) racconta al Ray Allen di 13 anni cosa sarà della sua vita. Originale, edificante, toccante, educativa, da mostrare ai ragazzini.

C’e tutto Allen, figlio di militare, cresciuto in giro per il mondo e dunque in un modo diverso da tutti i grandi che ha sfidato. C’è tutta la serietà, l’applicazione, la durezza mentale del ragazzo poi diventato uomo. Le scelte. Che ricorda, sono da compiere giorno dopo giorno. «La maggior parte delle volte sarai solo», scrive in una sorta di confessione mai fatta prima e in modo così diretto ai media. Giorno dopo giorno Ray è diventato un fuoriclasse Nba, uno che entrerà nella Hall of Fame direttamente. Per quel tiro perfetto, il lavoro di piedi e i movimenti da enciclopedia, la preparazione atletica sempre certosina. Mostrata fin dal 1996 (e prima a UConn, Connecticut) ai Milwaukee Bucks, Seattle Sonics, Boston Celtics, Miami Heat, vincendo anche l’oro di Pechino.

Scelte anche pesanti, come quella di raggiungere con Garnett l’amico Paul Pierce ai Celtics, poi legandosi a LeBron James per l’avventura agli Heat. Chiude, anzi ha chiuso due anni fa dopo 19 stagioni, Alien, con 18,9 punti di media e il 45,2% dal campo, un incredibile 40% da tre e l’ancor più spaziale 89,4% dalla lunetta in 1471 partite (171 di play-off). Miglior realizzatore da tre della storia della Lega (2973 a segno, record anche l’8-11 in una finale), nonostante il primato possa essere superato da Steph Curry o Klay Thompson.

Nel film di Lee, Allen era un ragazzo in conflitto con il papà. Un ragazzo cresciuto nei project, cioè i palazzoni popolari di Coney Island, l’opposto suo. Forse ripensando a questo, chiude la lettera con un pensiero per i suoi cinque figli. Raccontando che la vera risposta della vita è in una frase: «Papà, sai cos’è successo nell’ora di matematica oggi?» Allen non giocava dal giugno 2014. Ha 41 anni suonati eppure tutti i grandi team ancora lo aspettavano. Ha scritto una sceneggiatura degna dell’Oscar che non ha vinto come attore, ma ha conquistato sul campo. Perché i due anelli Nba con Boston 2008 e Miami 2013 saranno ricordati. E magari Spike Lee ne ricaverà un film davvero da Oscar. Che potrebbe intitolarsi He Got Game o come nella lettera stessa: «Letter to my younger self». Esemplare e originale anche nel ritiro dilazionato. Applausi, sipario.