Sneakers e basket… una passione travolgente

Un viaggio all'interno di uno degli aspetti correlati al mondo della pallacanestro: ovvero le scarpe da ginnastica.

Diverse tematiche si intrecciano, nel mondo della pallacanestro: si è parlato spesso di arte e di musica hip-hop, e di come questi due “campi” possano influenzare lo stato del basket. Un altro aspetto da considerare in quella che è la “cultura” cestistica è quella delle scarpe da basket: si, le famose “sneakers”, letteralmente “scarpe da ginnastica”, che sono un oggetto di culto per tutto il popolo della palla a spicchi. Ne abbiamo parlato con un personaggio come Francesco Zini: trentun anni, nativo di Trieste, oramai è un professionista nel campo del visual pubblicitario ma ha un passato cestistico da giocatore “minors”, dopo aver assaggiato i parquet della Serie B con la Pallacanestro Trieste, prima di darsi ai campionati amatoriali. Insieme a lui, ci siamo immersi in quello che è un piccolo viaggio all’interno di un mondo nuovo, guardando la pallacanestro da un altro punto di vista. 

Sneakers, una passione che coltivi da tanto tempo: raccontaci com’è iniziata e perchè.

“La passione nasce fin da piccolo: a 6 anni andavo a giocare in ricreatorio a basket e uno dei ragazzi più grandi aveva la fidanzata che lavorava da Footlocker ed aveva sempre gli ultimi modelli. Alle medie mio padre andò a Miami per lavoro e mi portò le Nike Shox, le prime bianche e rosse, in Italia non erano ancora arrivate le famose scarpe con le “molle”, a Trieste le avevamo solo io e Nate Erdmann. Tra noi bambini erano leggendarie, girava la voce (insensata) che prendevi fino a 15cm di elevazione, ricordo che facevo i calcoli su quanto mi mancasse per schiacciare. Da adolescente andavano un sacco le Air Force 1 anche se erano ancora troppo associate alla cultura Hip Hop, io avevo le Stan Smith, pensa che le trovavi alla Pam a 29.90 ogni tanto…incredibile! Ne avevo 4/5 paia e, a seconda dell’occasione, mettevo quelle più o meno rovinate. Dopo il master sono andato a vivere a Milano, li è stata la mia svolta personale nel mondo streetwear: Footlocker di San Babila, quello con la gigantografia di Kobe autografata, al piano sotto The House of Hoops, un tempio della pallacanestro, poi One Block Down e tanti altri. Ma quello era il periodo che per la prima volta nella storia Adidas stava insidiando il regno incontrastato di Nike, grazie al genio controverso di Kanye West e le sue Yeezy. La gente era letteralmente impazzita, code chilometriche per accaparrarsene un paio: io vinsi le 350 V2 Bred, le vendetti a un ragazzino per quasi 600 euro e ci pagai l’affitto”. 

Ma come! Un appassionato come te che vende le scarpe? 

“Io ho solo Jordan 1 High, le colleziono, ne ho quasi una quindicina tra cui le Union LA, le Travis Scott con lo swoosh al contrario, le UNC x Off White e tante altre”.

La pallacanestro è spesso uno sport “contaminato” da altre culture: la musica, il vestire, l’indossare scarpe di un certo tipo. Tu cosa ne pensi, com’è cambiata la contaminazione nel corso degli anni?

Ora è tutto collegato. Drake è NBA Ambassador; Dj Khaled è Jordan Ambassador; il Paris Saint Germain di calcio, quando gioca la Champion’s, ha come sponsor tecnico Jordan; Kanye West è direttore artistico di Adidas. Una volta indossare le sneakers era considerato fuori luogo in certi contesti, ora sono scarpe di lusso e fanno status. Dj Khaled agli ultimi Grammy è stato premiato per “Higher” con John Legend e il compianto Nipsey Hussle, aveva un abito elegantissimo sul blu e, ai piedi, Jordan 1 85′ Varsity Red.

Chiaramente, negli Usa tutto questo è partito molto prima: lì è nato il “game”, però Nike non si è accontentata di avere in scuderia lo sportivo più iconico di tutti i tempi ma ha fatto collaborazioni con cantanti (vedi Travis Scott), artisti (vedi Kaws), designer emergenti; basti pensare a Virgil Abloh, direttore artistico di Off White, ora anche di Louis Vuitton, poi Instagram e i social hanno amplificato il tutto.

Il fenomeno è diventato di portata talmente grande che i giocatori stessi collezionano scarpe: il buon PJ Tucker, che ha una collezione incredibile, aprirà un negozio di sneakers ad ottobre nella sua Houston”.

Hai anche girato molto nella tua vita: in quale posto, città o paese hai trovato maggiori risposte rispetto a questa tua passione per la pallacanestro e per le scarpe?

“Due su tutte: Tokyo e ovviamente New York. New York risposta scontata, ci sono negozi pazzeschi, mi viene in mente Flight Club su tutti. Poi nella Grande Mela nel 1994 quel genio di James Jebbia fondò Supreme, aprendo a Lafayette Street nel cuore di Manhattan: nato come negozio di skate e poi diventato fenomeno mondiale. In più negli States ci sono l’NBA e le celebrità, e soprattutto è nato tutto li, quella che adesso è una moda lì è sempre stata una cultura dalle radici profonde.

Tokyo invece la conosco bene: ho fatto la tesi di laurea li, è una città incredibile. I giapponesi sono dei pazzi scatenati per lo streetwear, i prezzi sono anche molto più alti. A Tokyo ci son 3 negozi Supreme (Harajuku, Daikanyama e Shibuya), più in Giappone altri tre, a Nagoya a Osaka e a Fukuoka. Nonostante sia un brand nato negli States vanta più negozi in Giappone che negli USA (New York, Brooklyn, LA e San Francisco), questo a dimostrazione di quanto appeal abbia questo tipo di mondo nel sud est asiatico”.

Tu sei un appassionato di pallacanestro, oltre che un ex giocatore delle “minors”: c’è stata una squadra stata una squadra in particolare che ti ha influenzato proprio per questa tua passione?

Domanda difficile… come squadra mi verrebbe da dirti i Portland Trial Blazers.

All’inizio lo sport su cui Nike puntò fortemente fu il running; in quel periodo dei primi ’70 il basket era in ascesa e molti brand cercarono di entrare in questo nuovo mercato. Nike non volle perdere l’occasione e creò la sua prima silhouette da pallacanestro nel 1973, rendendo omaggio alla franchigia nata solo tre anni prima. Inoltre Nike, nota precedentemente come Blue Ribbon Sports è stata fondata a Portland e pure il fondatore di Nike (Phil Knight, ndr) è nato a Portland. Da qui la nascita dell’iconica Blazer. Restando in tema, due anni fa il noto negozio di sneakers Slam Jam collaborò con Nike per una rivisitazione delle blazer, con il particolare swoosh al contrario e la scritta “class” e “1977” sul tallone nei caratteri vintage del modello originale.

Già che hai parlato di minors ti posso assicurare che la passione e cultura per le sneakers non hanno freni nemmeno nei campionati minori, anzi! La voglia di indossare il modello più ricercato non conosce categoria. L’anno scorso giocai una partita con le Nike Adapt BB che si allacciano tramite app. Non serve che ti dica che per i primi 5 minuti è stato impossibile giocare poiché tutti volevano vedere come funzionassero…”

Infine, se un appassionato volesse approfondire maggiormente la tematica delle sneakers come potrebbe fare?

A livello informativo consiglio di scaricare l’app di Outpump. I ragazzi sono davvero bravissimi ed informatissimi e, oltre alle sneakers, si parla di streetwear, musica e sport in una chiave urban decisamente cool.

Come libro è immancabile “The ultimate sneaker book”, una vera e propria enciclopedia delle sneakers: non solo Nike e Adidas ma anche Reebok, New Balance e molto altro, dalla nascita di tutti i modelli a tutte le collaborazioni.

Come manifestazione consiglio lo Sneakerness, che in italia si svolge a Milano. E’ davvero una manifestazione incredibile ricca di eventi, DJ set, campi da basket, writers, designers, da chi restaura a chi pulisce sneakers, un po’ di tutto.

A chi invece volesse entrare nel game… ahimè, è davvero dura. L’offerta è molto bassa e la domanda è elevatissima, i prezzi son andati alle stelle.

Basti pensare che qualche giorno fa è stato venduto all’asta un paio di Jordan 1 dell’ 85 worn once e autografate size 13 una e 13.5 l’altra (Mike aveva piedi diversi) alla modica cifra di 560.000 $, record mondiale”.

Insomma, tanti spunti per un mondo ancora tutto da scoprire: ma quest’introduzione è stata appena l’inizio…