Si è spento Mario Bortoluzzi, procuratore sportivo ed appassionato di basket

Personaggio noto nell’ambiente cestistico regionale, il pordenonese Bortoluzzi viene ricordato da Piero Della Putta e Simone Pizzioli.

Per descrivere Mario Bortoluzzi servirebbe un’enciclopedia, quella cosa che i ragazzi per i quali si spendeva – il più delle volte senza pretendere nulla in cambio – non sanno neppure cose sia.

Meglio, allora, parlare della fortuna che ha avuto chi è riuscito a conoscerlo davvero, non superficialmente, chi ne ha apprezzato il talento musicale, uno dei tanti suoi talenti, o la grande generosità, o la memoria straordinaria, che uniti alla sua testardaggine ne han fatto un personaggio unico. Un personaggio unico non solo nel mondo della pallacanestro che, come mi piace dire spesso, è un pezzo meraviglioso delle nostre vite, unico ed insostituibile. Ma è solo un piccolo pezzo.

Ecco, per parlare di Mario mi piace andare oltre lo sport che lui amava più di ogni altra cosa. Mario era allegria, socialità debordante, intelligenza ed arguzia, era capacità relazionali paradossalmente non all’altezza di una mente che viaggiava sempre oltre, con velocità supersoniche. Era questo, ed era molto altro, compresa la sua voglia di sdrammatizzare tutto, di non prendersi sul serio e di non far trasparire la sua grande bellezza a chi, pur standogli vicino, spesso non riusciva ad intuirne le potenzialità. Si nascondeva, Mario, riusciva ad occultare il suo lato migliore anche quando era sotto i riflettori.

Sapeva amare, ed era amato, sempre e solo a modo suo. Era Mario, era gli eccessi della Ford Cosworth e delle altre supercar, passione usata come leva per vincere quella che – l’ho sempre pensato, e su questo ci siamo anche scontrati – era una gran timidezza di fondo. Era tanto Mario, ed era una persona per la quale coniugare i verbi al passato è tremendamente doloroso. E se è vero che mancherai a tutti, sappilo, l’unica consolazione oltre alla fine del tuo calvario è sapere che hai vissuto ogni attimo della tua vita a modo tuo.

Grazie Mario, di quel tanto che lasci.

Piero Della Putta

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Mario vinceva sempre, sapendo usare a suo favore o la straordinaria intelligenza, quando si trattava di argomentare e confrontare dati oggettivi o, quando questa non bastava a sostenere le sue tesi, la sua capacità di far ridere chi si trovava dall’altra parte, con paradossi e battute talmente assurde da risultare geniali.

Mario vinceva sempre quando dimostrava i suoi tanti lati migliori, ma non succedeva spesso e con chiunque. Sembrava che a volte frenasse la sua naturale indole, che si aprisse solo con qualcuno che conosceva bene e che sapesse come custodire questo suo lato, specie se non si trattava di basket e motori.

Mario vinceva sempre quando è stato per un periodo il mio primo tifoso. Solo Mario poteva tifare per un arbitro, accompagnarlo in trasferta (mitica quella di Cento finita con una cena che ricordavamo ad ogni occasione) e porgli per tutta la durata del viaggio domande sul regolamento tecnico. Perché Mario voleva sapere, andare in profondità restando apparentemente in superficie. Voleva parlare sapendo di cosa parlava, e io capivo questa sua grande voglia e non mi sono mai tirato indietro, nemmeno quando i quesiti erano incalzanti: lui mi apprezzava in campo e chiedeva fuori dal campo. Mario era speciale.

Mario vinceva sempre con le battute geniali, le imitazioni taglienti. Mario vinceva sempre perché era una persona buona e abbiamo un disperato bisogno di persone buone, vere, appassionate e generose. Come Mario che continuerà a vincere guardandoci da lassù, comodo tra le nuvole e con quel sorriso sornione da persona buona.

Simone Pizzioli