
La vittoria degli Oklahoma City Thunder contro i Boston Celtics per 104-102 non è stata soltanto una sfida di altissimo profilo tra due contender, ma anche la notte in cui Shai Gilgeous-Alexander ha riscritto un pezzo di storia NBA. Con 35 punti, 9 assist e 6 rimbalzi, il leader di OKC ha toccato quota 127 partite consecutive da almeno 20 punti, superando il primato di Wilt Chamberlain che resisteva dal 1963.
A rendere ancora più pesante il dato è il contesto: il record è arrivato dentro una partita vera, equilibrata fino all’ultimo possesso, decisa soltanto dai liberi finali di Chet Holmgren dopo il rimbalzo offensivo sull’errore di Alex Caruso.
Il numero in sé è già enorme, ma acquista ancora più peso se lo si inserisce nella prospettiva giusta. Prima di Shai, nessun giocatore nella storia del campionato NBA era riuscito ad arrivare a tre cifre in questa particolare categoria oltre a Wilt Chamberlain: il vecchio centro dei Warriors aveva fissato l’asticella a 126 gare consecutive tra il 1961 e il 1963, e ancora oggi occupa anche il terzo posto assoluto con un’altra striscia da 92 partite.
Dietro a loro compaiono leggende di epoche diverse: Oscar Robertson si fermò a 79, Michael Jordan e Kevin Durant a 72, Kareem Abdul-Jabbar a 71, Kobe Bryant a 63 e LeBron James a 49. In sostanza, Shai non ha semplicemente battuto un record: ha scavato un solco tra sé e quasi tutti gli altri grandi scorer della lega.
Anche il paragone diretto con Wilt aiuta a capire la natura molto diversa dei due record. Chamberlain, durante la sua striscia da 126 partite, viaggiò a 49,2 punti di media: superò quota 30 in 120 occasioni, arrivò almeno a 50 punti 65 volte, toccò i 60 in 22 partite e i 70 in cinque, includendo naturalmente la leggendaria gara da 100 punti del 2 marzo 1962.
Shai, nel suo filotto, ha avuto un profilo meno mostruoso in termini di volume puro ma straordinario per continuità ed efficienza: 32,5 punti di media, percentuale dal campo del 53,5% e appena due partite chiuse esattamente a quota 20. Sono due modi opposti di dominare: Wilt come forza della natura quasi fuori scala, Shai come interprete modernissimo del controllo, del ritmo e della shot selection.
C’è poi un dettaglio storico che rende il vecchio record di Chamberlain ancora più affascinante. La sua 126ª partita consecutiva da almeno 20 punti arrivò il 19 gennaio 1963, quando chiuse con 35 punti e 21 rimbalzi contro St. Louis. La sera successiva, però, la striscia si interruppe non perché Wilt venne limitato sul piano tecnico, ma perché fu espulso dopo appena quattro minuti per proteste e linguaggio offensivo verso gli arbitri, fermandosi così a 6 punti. Pochi giorni dopo ripartì immediatamente con una nuova serie e, secondo Associated Press, senza quella espulsione avrebbe potuto realisticamente spingere il primato per molte altre partite. È un dettaglio che racconta bene l’assurdità dei numeri di Chamberlain e allo stesso tempo dà ancora più rilievo a ciò che Shai è riuscito a fare 63 anni dopo.
Un altro aspetto interessante è che questo record non vive isolato, ma si intreccia con il rendimento collettivo di Oklahoma City. Durante la striscia di Gilgeous-Alexander, i Thunder hanno viaggiato a un ritmo impressionante: parliamo di un record di 103 vittorie e 24 sconfitte dopo il successo su Boston. Lo stesso Shai, a fine partita, ha insistito proprio su questo punto, spiegando che il dato personale conta, ma conta ancora di più averlo raggiunto all’interno di una vittoria.Ed è forse questo il tratto che rende il primato particolarmente “moderno”: non una lunga sequenza costruita dentro una stagione individualmente titanica ma scollegata dal contesto, bensì una continuità realizzativa perfettamente integrata nel basket vincente della miglior squadra del momento.

































